La Fiera di San Bruno

Il Paese di
Sinopoli


Antichissima foto di contadini
che si recano alla fiera

C'era una volta, ora non c'è più!
Forse basterebbe questo brevissimo necrologio per ricordare una manifestazione che aveva sfidato i secoli e che oggi è scomparsa tra il disinteresse generale.
Cercherò di trattare brevemente della Fiera di San Bruno, dalla sua nascita alla sua fine. Quando è sorta? In una memoria della Giunta Municipale di Sinopoli dell'anno 1863 se ne fa risalire la sua istituzione al 1700 per controbattere l'affermazione di tale Filippo Repaci che sosteneva,e a giusta ragione , che la fiera da oltre due secolisi era celebrata sempre nella stessa località, cioe in Contrada San Bruno di Sinopoli Vecchio. Perchè l'assersione del Repaci deve essere presa per buona ? Perche ritengo che il primo, se non l'unico documento che parla di detta fiera si trova nell'opera di Francesco Gabriele Barrio: " De Antiquitate et Situ Calabrie " dove, trattando di Sinopoli, testualmente scrive: " Synopolis Graecus Pagus, cum merctu annuo " (Il paese di Sinopoli Greco con un mercato annuale). L'opera del Barrio, in lingua Latina, fu pubblicata per la prima volta nell'anno 1571, ma tutto fa credere che la manifestazione all'epoca doveva essere gia affermata perchè l'autore la riporti come importante attributo del paese. Puo anche darsi che l'equivoco sia sorto per il fatto che il Barrio scrisse di un mercato annuale mentre in effetti la Fiera si svolgeva sempre nella stessa località non una, ma due volte all'anno, nei mesi di maggio e ottobre e non a data fissa; infatti quella primaverile terminava la domenica di pentecoste e quella autunnale la prima domenica di ottobre .
A parte la certezza che la fiera di San Bruno esisteva nella seconda metà del '500, sono indotto a pensare che essa esistesse in epoca molto antecedente e fosse molto importante.
E qui non posso non rifarmi alla teoria di Don Giuseppe Pensabene, illustre latinista reggino, per quanto si riferisce al toponimo e al conseguente nome della fiera di San Bruno. Il detto autore nella sua opera " Cognomi e Toponimi in Calabria " a pag. 25 scrive: "Quel Santo corrispondeva all'ante latino e anti greco che potremmo chiamare direzionale, equivqlente ad un apud (presso). Tenendo presente la regola della protesi che non ammette parole che cominciano per vocale, col tempo, quell' ante fu coperto da una 's' e una volta iniziato il vezzo, fu una rincorsa: tutti i posti che avevano un chiaro riferimento alla radice nei listini dei santi, ebbero un santo cristiano su un sustrato laico." e a pag. 104, trattando del toponimo Bruno scrive: " Anche qui la solita ambiguità. Nessun culto, nessuna tradizione. La zona di San Bruno si trova nella stessa stradale che porta a Gambarie. Di questi S. Bruno a Reggio ne numeriamo ben tre: oltre a quello di Ortì si ha un rione a Reggio a Nord sotto Vito e l'altro senza la connotazione agiografica. Nel settore opposto, a Cannavò, Prumo, che ci permette di scoprire che tutti e tre partono appunto da latino promos, che non era altro che un deposito militare in vicinanza di luoghi fortificati o anche una specie di mercato.
Il Rione a Nord di Reggio per l'esattezza e detto S. Brunello ed è singolare che anche l'omonima contrada di Sinopoli Greco, dove si svolgeva anticamente la fiera , venga così indicata da Michele Sarcone nella sua opera: " Storia de' Fenomeni del Tremoto Avvenuto nelle Calabrie e ne valdemone nell'anno 1783 " - edita nell'anno 1783 - egli infatti scrive nel paragrafo 798: " Per contrario lungo tutta quella strada, e per que successivi terreni per ove per una via vassi a Cusoleto, e d'altra si passa a S. Brunello, non osservammo alcun sovvertimento, tranne quello, che da lontano si scorgea sopra S. Brunello medesimo, le cui fabbriche erano state distrutte".
E' indubbio che detta fiera nell'antichità dovette avere una grande importanza, specialmente per il commercio del bestiame, equino in particolare. Il sito dove la fiera si svolse per alcuni secoli, la contrada San Bruno, era il crocevia delle mulattiere che portavano a Gioia Tauro, da sempre il mercato oleario più importante ed ancora oggi secondo solo a Bari. Per raggiungere Gioia Tauro dalla Contrada S. Bruno transitavano specialmente durante la stagione olearia carovane di equini provenienti da S. Eufemia, Sinopoli, S. Procopio, Melicuccà, Acquaro, Cosoleto, Sitizano, Scido, Pedavoli, e S. Cristina. A detta fiera convenivano venditori e acquirenti di tutta la provincia.fascia jonica compresa, ma anche dalla limitrofa provincia di Catanzaro e da quella di Messina. Il sisma del 1783, che sconvolse tutto il territorio interessato e distrusse i fabbricati colà esistenti;la successiva formazione di laghi e acquitrini che resero a lungo endemica la malaria, influirono negativamente sulle attività economiche della fiera. Ma ho motivo di credere che una volta riattate le vie di accesso e prosciugati laghi e acquitrini e attenuatosi il pericolo di contrarre la malaria, tanto più che, come detto, la manifestazione si svolgeva in primavera ed autunno, periodi questi poco adatti allo sviluppo delle zanzare anofele, la fiera riprese la sua attività. La fiera si svolgeva in un oliveto di proprietà di Filippo Repaci di S. Eufemia che da sempre aveva riscosso i diritti d'ingresso del bestiame e la tassa di occupazione del suolo (posteggio) dai numerosi commercianti.
Circa la proprietà del suolo, in coscienza, debbo dire che in passato, consultando atti esistenti nell'archivio comunale di Sinopli, mi sono imbattuto in un foglietto -non datato, nè firmato- in cui era scritto che detto suolo era stato in passato di natura demaniale e che gli antenati del Repaci, collimitanti, se lo erano fraudolentemente appropriato, trasformandolo in oliveto.Molto probabilmente tale assunto non risponde al vero o perlomeno non è supportato da nessuna prova documentale e forse gli Amministratori hanno cercato di sfruttarlo come argomento polemico nella lunga vertenza instaurata col Repaci per l'attribuzione dei diritti di fiera.
Nella Memoria della Giunta Municipale di Sinopoli è testualmente riportato: " E primamente è da sapersi che fin da quando la festa di S. Bruno, che celebravasi modestamente in ogni anno dal Cappelano Beneficiario della Chiesa rurale di detto sito nel tenimento di Sinopoli Vecchio, sotto Comune riunito a questo, si convertì in fiera: i diritti di essa si percepivano, come di legge, dal Comune medesimo". Tale assunto non mi trova d'accordo; infatti secondo quanto affermato dal Barrio -e la notizia è inconfutabile- la fiera di San Bruno vi era gia nel XV secolo; ci sarebbe eventualmente da stabilire se all'epoca la fiera si svolgeva in un unica o due tornate nell'anno. Se si accetta la teoria del Prof. Giuseppe Pensabene, la fiera dovette esistere da epoca immemorabile e la località, con termine latino, veniva indicata come "promos ", cioè mercato o fiera che dir si voglia. Certo in epoca successiva, siccome tutte le fiere si concludevano con gli immancabili festeggiamenti religiosi, fu ritenuto opportuno ttovare un santo da festeggiare e questo, secondo detta teoria, fu S. Bruno che etimologicamente si avvicina di più al toponimo " promos" . ( Debbo precisare che tra i tanti toponimi citati dal Pensabene manca quello di Sinopoli che certamente l'autore ignora, come ignora che nelle località si tenne per secoli un'importante fiera, il che aggiunge un ulteriore conferma alla teoria stessa).
Una volta trovato il santo fu giocoforza dotare la località di apposito luogo sacr, e, nel nostro caso, trattandosi di aperta campagna, lontana dai centri abitati, ci si accontentò di una cappella affidata alle cure di un cappellano munito di beneficio, probabilmente gravante sugli introiti della fiera stessa. Certamente gli obblighi del cappellano si limitavano alla celebrazione dei festeggiamenti religiosi, in occasione della fiera. E' cetro che gli introiti, come affermato dagli amministratori comunali, venivano incamerati dal repaci a titolo di occupazione del suolo e di uso di alcune baracche, quasi cetramente costruite dallo stesso.

Un momento di sosta

Intorno al 1860 gli amministratori del Comune di sinopoli; approfittando di una situazione politica al quanto particolare decisero di trasferire la fiera in una località adiacente al centro abitato di Sinopoli Capoluogo, che da quell'epoca prese il nome di Contrada Fiera.
Il trasferimento della fiera nel nuovo sito fu deliberato dal Consiglio Comunale adducendi alle seguenti motivazioni: "Questo stato di provvisoria esazione da parte del Repaci sempre però a solo titolo di compenso pel fitto del locale e danni che poteva soffrire, si continuò fino al 1862, quando venuta la pienezza dei tempi d'Italia, il Consiglio Cimunale di Sinopoli nella considerazione che l'antico sito della fiera offriva dei positivi inconvenienti quasi ogni anno deplorati: cioè a dire, perche era di aria insalubre a cagione dei reliquati del Lago Di Cosoleto e paludi adiacenti; che vi mancavano le acque potabili e per gli uomini e per gli animali; considerto che il locale era totalmente sfornito di ricoveri per concorrenti nelle notti di fiera, e più quando avvenivano le piogge assai frequenti nella seconda fiera, che celebrasi in ottobre di ogni anno; considerato che i venditori approfittano della località, tutta nell'aperta campagna, e molto distante dall' abitato esercitavano quasi impunemente la camorra sui commestibili non solo, ma pure sugli altri generi di commercio, vendendo quelli senza peso, e misura, e questi con molta frode, ed inganno; perlochè avvenivano sempre dei positivi scinci contro l'ordine pubblico, con furti, reati di sangue, grassazioni, omicidi; deliberò il cambiamento di detta fiera dall'antico sito ove celebravasi, in quello del capoluogo di questo mandamento ".
Il Prefetto muniva del proprio visto la delibera del Consiglio Comunale e la restituiva demandandone al sindaco l'esecuzione. La vertenza doveva essere considerata definitivamente chiusa, ma così non fù, perchè il Repaci protestò in varie sedi. Il ministero dell'agricoltura e del commercio su apposita relazione del Prefetto, respinse il ricorso del Repaci " non contento di ciò il Repaci promosse diverse proteste " . Della questione venne investito il Consiglio Provinciale, competente su fiere e mercati. Fu nominata una commissione che affidò l'incarico di relatore al Consigliere Zerbi. Stranamente il consiglio provinciale nella sessione ordinaria del 1864 deliberò contro il trasferimento della fiera con venti voti a favore ed uno solo contrario. Ciò nonostante il decreto prefettizio non fu revocato e la fiera continuò a tenersi nella nuova sede .
Dalla lettura di apposito memoriale si apprende che il gettito per il diritto d'ingresso alla fiera nel primo anno era stato di oltre cento ducati, entrata molto importante, all'epoca, per il bilancio comunale, tanto più che i proprietari del nuovo suolo si accontentavano del solo indennizzo per olive eventualmente perdute. In verita bisogna riconoscere che il nuovo sito, meglio del precedente si pretava alla bisogna e perchè era prossimo al centro abitato ed era fornito di strade rotabili, e successivamente, anche di ferrovia.
La fiera, come, detto si svolgeva due volte all'anno e durava da martedi a domenica; nei primi tre giorni in prevalenza si commerciavano animali grossi, cioè equini e bovini,nei successivitre giorni animali minuti, cioè suini, ovini, caprini e animali da cortile; la domenica era dedicata in modo particolare al commercio di commestibili ( lessi, biscotti, dolci, ceci, fave e noccioline abbrustolite) e legumi vari; di stoffe, tele, indumenti e calzature, compreso, fino agli anni cinquanta, il corame per la confezione delle ciocie e, infine, attrezzi agricoli e stivigli. Il commercio degli equini, specialmente asini e muli era quasi monopolio degli zingari che, specialmente nella fiera do ottobre, arrivavano in anticipo e si fermavano in paese per buona parte dell'inverno, continuando a trattarecon i locali la vendita o lo scambio di qualche asino e barattando piccoli arnesi di loro produzione (trepidi, palette, raschiamadie, spiedi e scacciapensieri) con generi alimentari di produzione locale (olio, patate, pane, legumi, castagne, noci e fichi secchi).
Per sfamare i numerosi forestiri che affluivano alla fiera, alcuni commercianti locali improvvisavano, al riparo di frasche e con delle panche rustiche, delle trattorie dove si cucinavano delle capre macellate sul posto. Durante la fiera una piccola statua del santo veniva esposta su un piedistallo eretto al centro di una vasca ricolma d'acqua e si diceva che san Bruno doveva stare in mezzo al lago, ma mancando il lago si era sopperito con una modesta vasca. A mezzogiorno della domenica, a conclusione della fiera, la statua veniva portata in processione, ma non in maniera composta, che anzi il tutto presentava degli aspetti orgiasticiche facevano pensare ad una cerimonia pagana: la statua si faceva ballonzare al gridi di: Balla Brunu e futtitindi! ( Balla Bruno e fottitene!) mentre i partecipanti alla fiera le lanciavano addosso lesse, biscotti, ceci,noccioline e ciò avvenne fino a quando l'arciprete del luogo (intorno all'anno 1930) nè vietò la celebrazione e la fiera torno forse alle sue origini, senza più la presenza del santo.
Dopo l'ultimo conflitto mondiale, a causa della motorizzazione che provocò la quasi scomparsa degli equini quali animali da soma per il trasporto specialmente di olive e olio, le fiere, tutte, cominciarono a languire e quella di Sinopoli, ha visto in pochi anni il suo declino e la definitiva cessazione, cessazine accellerata dall'urbanizazione del suolo ad essa adibito e alla sua mancata trasformazione e al suo adeguamento ai tempi attuali. E tutto ciò è avvenuto, come ho detto all'inizio, senza rimpianti e tra l'indifferenza generale!

Venditrice di
ceste e panieri

Veduta della fiera

Animali in vendita
alla fiera

Estratto da "A DERA" di Giuseppe Misitano